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mercoledì 16 agosto 2017

I magnifici Amberson


(Per il Progetto Pulitzer)


Se devo essere sincera, ci ho messo parecchio a scrivere questo post. Aprivo l'editor, scrivevo due righe di getto, le rileggevo, cancellavo tutto e richiudevo. Ho fatto così per due settimane. La realtà è che è davvero difficile scrivere qualcosa su questo libro.

"I magnifici Amberson". Così si intitola il romanzo di Booth Tarkington, sconosciuto ai più, e Premio Pulitzer del 1919.
Era l'anno della capra. L'anno in cui, in Italia, venne abrogata l'autorizzazione maritale che permetteva e legalizzava la supremazia dell'uomo sulla propria moglie; ma anche quello in cui il medico belga Jules Bordet ricevette il Premio Nobel per le sue scoperte relative al sistema immunitario.

Un post condiviso da Melissa Valdez (@neselthia) in data:

Allora Tarkington era una vera e propria celebrità, autore di bestseller così tanto amati e acclamati da diventare persino opere teatrali e film, perciò immagino l'esultanza dei suoi fan quando ha vinto il Pulitzer con "I magnifici Amberson", secondo volume di una trilogia chiamata Growth.

Nonostante il romanzo cominci con la presentazione della ricca famiglia Amberson, non fatevi ingannare: non è una saga famigliare, non nel senso che racconta la storia di una famiglia nel corso di chissà quanti anni; né tantomeno un romanzo corale. Il protagonista è uno soltanto e si chiama George Amberson Minafer, nipote del generale Amberson. George è un ricco privilegiato e l'abilità di Tarkington sta proprio nel descrivere questo personaggio e le sue vicissitudini attraverso i cambiamenti che stanno avvenendo negli Stati Uniti e che difficilmente riesce ad accettare, in quanto l'accettazione porterebbe anche alla perdita dei privilegi e degli agi a cui è sempre stato abituato. E Tarkington è così bravo che riesce a farti odiare il protagonista, ogni singola parola che dice, ogni suo pensiero diventa odioso e meritevole di una padellata in testa. Ma non puoi lasciarlo al suo destino, non puoi perché un po' gli vuoi bene, lo hai 'visto' crescere e hai riso quando, da bambino, mandava al diavolo adulti e sacerdoti.
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George è anche l'unico e amatissimo figlio di Isabel, figlia del generale. È una donna pacata e razionale, fin troppo. Ha preferito la sicurezza e la stabilità al grande amore, quello che le faceva battere forte il cuore e diventare rossa per l'emozione e che di nome faceva Eugene Morgan. Ed è con l'arrivo di Morgan e della figlia, Lucy, che la vita tranquilla di questa cittadina del Midwest viene sconvolta: i brusii diventano veri e propri pettegolezzi detti non poi così a bassa voce.
Morgan era uno dei pretendenti di Isabel, un uomo lungimirante e - secondo me - l'incarnazione di quel nuovo difficile da accettare per George. Lui si occupa di automobili, un'industria nascente in un'epoca in cui i gran signori spendevano metà del loro patrimonio in cavalli e stallieri. È un uomo che ha insegnato alla figlia ad avere ambizioni e di non accontentarsi, un uomo fin troppo moderno per il suo tempo.
È paradossale vedere George, un giovane ragazzo, incarnare valori di una società che sta arrivando alla fine; e Eugene, già più adulto, essere invece il portatore del nuovo che avanza.
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A fare da cornice alle (dis)avventure di George c'è il Paese che cambia, si prepara ad entrare in una nuova epoca, più moderna e veloce e fumosa. Già dalle prime pagine Tarkington descrive il cambiamento con un ritmo frenetico ed incalzante usando uno stile moderno, quasi contemporaneo.
Nella prefazione Edoardo Nesi scrive "...scritto in una lingua ricca e antica che ricorda i passi migliori dell'Edith Wharton dell'Età dell'innocenza..." e mi chiedo se abbiamo letto lo stesso libro.
Anche la traduzione di Martina Testa e Adelaide Cioni ha contribuito a rendere piacevole la lettura, la mia almeno, visto che non ho letto commenti positivi né su questo romanzo, né sulla scrittura di Tarkington. "Troppo superficiale, troppo poco psicologico, scritto male, diverso dalla Wharton che rimane insuperabile." Forse tutta questa boria letteraria fa credere che solo l'elogio ai classici più famosi rende automaticamente superiori, e le proprie opinioni più credibili. Chissà.

Anche Orson Welles se ne innamorò, ma lui probabilmente faceva parte di quelli che non capiscono niente di letteratura. Ne volle fare addirittura un adattamento cinematografico che, però, non venne come aveva in mente mandando in bancarotta la casa di produzione. Costò troppo e fu rimaneggiato, tagliato e molte scene girate ex novo dall'assistente di Welles, il quale si rifiutò di vedere il risultato finale. E come dargli torto? Quella non era più la sua creatura. Fu ordinato di distruggere tutte le copie e i negativi, del lavoro originale di Welles rimangono solo gli sceneggiati. Forse. La leggenda narra che si salvò una copia ora in possesso ad un collezionista privato.

Come già accennato prima, Booth Tarkington fa parte di quegli autori dimenticati la cui ripubblicazione è una scommessa che bisogna essere pronti a perdere: nel 2005 la Fandango lo ha riproposto al pubblico italiano, ma con scarso successo. Tutti troppo impegnati con le sorelle Brontë, Jane Austen, Edith Wharton, Elizabeth Jane Howard. Un vero peccato, perché oltre ad aver perso un probabile capolavoro firmato da Welles, ci si perde una piccola opera di decadente bellezza.

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