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domenica 25 giugno 2017

Middlesex


(Per il Progetto Pulitzer)


Siamo nel 2003, l'anno della capra, secondo il calendario cinese. La Capitale europea della Cultura è Graz, mentre la Capitale Mondiale del Libro è Nuova Delhi.
È un anno importante per molti, anche per il sudafricano J.M. Coetzee, al quale viene conferito il Nobel per la Letteratura perché "in innumerevoli maschere ritrae il sorprendente coinvolgimento dello straniero". Il mondo della letteratura punta così i riflettori sui cosiddetti outsider, gli stranieri, gli emarginati. Chiamateli come volete. Sono quelli meno popolari, perché non hanno appeal.
È questo l'anno in cui Jeffrey Eugenides, quello che ricorda uno strano incrocio tra Carlo Lucarelli e il conte Olaf, vince il Premio Pulitzer con "Middlesex".

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Secondo Eugenides Cal(liope) non è che una metafora dell'adolescenza, dove si scopre il proprio corpo e si cambia, fisicamente e mentalmente, ma nessun adulto riesce a capire questo viaggio fatto di cambiamenti e trasformazioni. E proprio per questo il Cal adulto da Detroit si trasferisce a Berlino, la città che meglio simboleggia la trasformazione: divisa in due, est e ovest, fino al 9 novembre 1989 e adesso finalmente riunita. Anche Berlino sta cercando di riappacificarsi con il proprio passato, conviverci e accettarlo come Cal con il suo.
Middlesex non è che una metafora di ciò che sta muovendo il mondo, lo stesso che il 30 gennaio 2003 ha legalizzato i matrimoni dello stesso sesso in Belgio. Nessuna sorpresa quindi che il personaggio principale sia ermafrodito, un outsider persino nella letteratura classica. Il mondo sta cambiando, e così anche la letteratura che segue i cambiamenti politico-culturali.
Un'idea meravigliosa che ha occupato Eugenides per ben nove anni. Sfortunatamente lo stile scelto per raccontare questa epopea non è stato all'altezza di tale idea, piuttosto semplice ed elementare in alcuni punti, vergognosamente forzato in altri. È lo stesso Cal a narrare la sua storia, la sua e quella dei suoi nonni, diventando un narratore onnisciente che vede tutto e capisce ogni singolo pensiero, ogni singola emozione provata. La lettura diventa snervante ad ogni "ma torniamo alla storia...", prova dello sforzo che fa Eugenides per tenere il filo che unisce passato e presente, per ricordare al lettore chi è il vero protagonista, nonostante la presenza ingombrante dei nonni, personaggi piuttosto incolori se non fosse per il loro rapporto incestuoso e che tiene viva la narrazione.

Questo primo approccio ai vincitori del Premio Pulitzer è stato insoddisfacente, forse perché attorno a questo premio si è creata un'aurea che ha contribuito ad alzare le mie aspettative (totalmente deluse). Forse mi aspettavo di trovare la perfezione, uno stile impeccabile ed una storia indimenticabile, ma così non è stato. Un gran peccato.

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